

Fuori dal mio studio n.7
Antotipia su tela 60x60x5cm


Questi lavori sono il fermo immagine di una presenza che abita la soglia del mio studio da mesi: l’ombra della rete da cantiere che sosta davanti alla mia porta principale. Non è un caso isolato, ma l’esito di un esercizio di osservazione prolungata che porto avanti sul territorio. In questi mesi, il mio sguardo si è fatto selettivo, abituandosi a mappare le ombre che definiscono il paesaggio del Mezzogiorno, quel “non finito” di cantieri perenni che, tra conservazione e sospensione, sono diventati per me strumenti di orientamento urbano.
La tecnica è una sorta di fotografia alchemica che sfrutta le proprietà della curcuma e l’azione dell’alcol guidate dalla luce, non è che un mezzo per dare forma a questa delicatezza invisibile.
La rete da cantiere, prelevata dal perimetro del mio spazio di lavoro, agisce come una membrana che cattura il tempo e le trasformazioni sociali, ecologiche e politiche dei luoghi che abito. È un’indagine che intendo portare oltre la tela, verso la scultura e lo spazio urbano, per comprendere come queste ombre possano abitare fisicamente il paesaggio. In questo senso, la mia ricerca si allinea al tentativo di costruire una geografia artistica che si racconta a partire dalle proprie esperienze, interrogando ciò che resiste e ciò che è fragile in questo territorio. Non mi interessa narrare il Sud come mito, ma come un ecosistema complesso in costante divenire, dove la pratica artistica diventa un archivio critico di presenze e di sguardi.
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